C’è una parola che è stata accantonata nel dibattito pubblico i
Elezioni primarie del Partito Democratico
25 ottobre 2009
Premessa
Siamo
un gruppo di studenti e dottorandi della Scuola Normale Superiore e
della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, provenienti da tutta
Italia. Abbiamo creduto nella promessa di innovazione e
partecipazione che il Partito Democratico intendeva rappresentare, e
ci siamo impegnati sin dalla sua fondazione perché questa
fosse mantenuta. Troppo spesso al dibattito sulle idee e sui
contenuti, questo partito ha preferito la polemica sulle postazioni
di potere e sulle gelosie reciproche. In questo contesto, una
generazione che rivendica semplicemente maggiore spazio per il merito
e le competenze nella selezione dei gruppi dirigenti e dei
rappresentanti del partito nelle istituzioni, è stata messa in
disparte.
Questo
congresso può rappresentare un momento fondamentale per fare
chiarezza e per costruire davvero il partito che serve all’Italia.
Noi vogliamo fare la nostra parte. Il progetto di partito di
Pierluigi Bersani ci convince, e vogliamo consegnare idealmente a lui
questo documento, che rappresenta un contributo di idee per
ridefinire le priorità dell’azione futura del PD.
Pisa,
Ottobre 2009
Solidarietà:
riscoprire la “ragione sociale” di ogni forza progressista
C’è
una parola che è stata accantonata nel dibattito pubblico
italiano: “solidarietà”. Essa ha rappresentato la ragione
delle grandi riforme sociali
della seconda metà del secolo scorso, e l’idea intorno alla
quale le grandi forze politiche del passato hanno saputo trovare, nel
rispetto dei ruoli di maggioranza ed opposizione, convergenze utili
per l’avanzamento della società italiana.
Oggi
essa rappresenta, alla luce dell’evoluzione del panorama politico
italiano e della diversa articolazione delle forze politiche, il
collante autentico di tutte le esperienze vicine o lontane nel tempo
che hanno portato alla nascita del Partito Democratico. Il valore
della solidarietà rappresenta
la “ragione sociale” di ogni forza progressista occidentale,
e l’elemento che deve continuare, ancora oggi, a costituire il
solco profondo tra destra e sinistra.
In
un momento storico in cui l’amministrazione Obama si interroga su
come estendere l’assistenza sanitaria su base universale e si
preoccupa di introdurre dosi massicce di equità sociale in un
sistema che ha seguito altre direzioni nell’ultimo secolo,
rivendicare le radici dell’impegno politico del nostro partito può
essere doppiamente utile. In
primis
perché bisogna smettere
di accettare passivamente l’etero-direzione della nostra agenda
politica,
rincorrendo le forze di governo e i loro media su priorità che
non sono nostre. Secondariamente, perché viviamo in un paese
che sta progressivamente dimenticando la sua storia e la propria
capacità di misurarsi con le situazioni di disagio e di
difficoltà.
Di
questo è largamente responsabile la politica, che troppo
spesso ha lasciato che il welfare lo facessero le famiglie e le reti
di relazioni. Questo ha portato alla proliferazione degli egoismi e
della cura del particulare.
Oggi
è necessario coniugare una
nuova etica delle responsabilità per
la politica, proprio a partire dal paradigma della “solidarietà”.
Esso va applicato al ripensamento complessivo dello stato sociale e
del ruolo della politica nel nostro paese.
Abbiamo
il compito di ripartire
da ciò che ci unisce e non da ciò che ci divide.
Ripartire dai valori fondanti della nostra Costituzione, da quei
valori che furono mirabile sintesi della componente cattolico-sociale
e di quella di sinistra, le stesse tradizioni che oggi confluiscono
nel Partito Democratico. Ripartire dal dovere di solidarietà
tra cittadini e tra uomini tutti, contrapponendo un nuovo
modello culturale,
una nuova idea di Paese alla narrazione della destra, incentrata su
egoismo, ricerca del successo personale a tutti i costi, paura. Un
modello di società escludente (perché esclude chi non
risponde allo stesso paradigma culturale dominante) che deve essere
sostituito da un modello inclusivo, che faccia delle diversità
una ricchezza, incentivando la comune partecipazione alla costruzione
della società.
“Solidarietà”
deve tornare ad essere il nostro valore
di riferimento anche in campo economico-sociale.
Molto spesso si è detto che il modello italiano, basato sulla
piccola e media impresa, sull’associazionismo, sulla famiglia come
grande ammortizzatore sociale, presenta una particolare resistenza
alle crisi, ai momenti di difficoltà economica. Tuttavia, il
nostro è un Paese che, al di là del sistema, ha visto
sempre più crescere le sperequazioni. Bisogna investire sulla
riduzione di queste ultime senza
lasciare nessuno indietro,
facilitando la mobilità sociale e ponendo tutele maggiori in
materia di ammortizzatori sociali. È necessario dunque agire
in un’ottica redistributiva, secondo cui lo Stato fornisce a tutti
gli individui uguali possibilità in base al principio
meritocratico. Tali possibilità devono essere fornite anche e
soprattutto grazie alla collaborazione dei settori produttivi e delle
istituzioni culturali più avanzate. Entrambi i principi,
quello meritocratico e quello perequativo, non possono non essere le
caratteristiche basilari dell’azione di una sinistra moderna.
“Solidarietà”,
infine, deve essere la parola che torni ad orientare le politiche
della sinistra riformista per l’integrazione
degli immigrati
che confluiscono nel nostro Paese. Politiche meramente lassiste, che
non diano risposte efficaci e si limitino a tollerare, potranno solo
creare conflitti e inasprire l’ostilità. Dobbiamo, al
contrario, recuperare
la memoria del nostro passato di migranti e
della nostra tradizione di accoglienza. Bisogna, dunque, costruire
politiche di integrazione e creare un sistema in cui coincidano
diritti e doveri per gli stranieri migrati nel nostro Paese,
consentendo loro di sentirsi cittadini alla pari degli altri
cittadini e vigilando sui casi di sfruttamento dell’immigrazione.
La criminalizzazione e l’imputazione di ogni problema e paura allo
straniero, fomentano soltanto odio e intolleranza. Siamo
destinati a diventare una società multietnica:
a una classe politica responsabile chiediamo di condurci ad
affrontare questa sfida con equilibrio, integrando e accettando,
nelle dichiarazioni e nei fatti, la nuova configurazione sociale
dell’Italia.
Per
una rivoluzione civica: il Meridione come interesse nazionale
La
scomparsa del Mezzogiorno dall’agenda politica italiana è un
dato acquisito da ormai non poco tempo. Poiché la
“questione meridionale” è problema di carattere nazionale
e non localistico, lo sviluppo reale del Mezzogiorno è
condizione di crescita dell’intero Paese e non solo di una sua
parte.
Il
Partito Democratico deve perseguire una ‘rivoluzione’
meridionale
che, proprio a causa della sua rilevanza, non potrà che essere
una ‘rivoluzione’ nazionale, che si concluda con l’affermazione
di
un nuovo modello di civismo.
Non
si può non partire dal presupposto scomodo per cui lo Stato e
la politica, in particolar modo nel Meridione, assumono le sembianze
di un mostro a due teste; da una parte percepito come inutile
ingombro, dall’altra strumento di clientelismo e costruzione di
feudi inespugnabili. Il male radicale del Sud Italia è
costituito esattamente dall’incapacità
consapevole dello Stato di essere presente in maniera efficace sul
territorio.
Il
passaggio successivo, rappresentato dall’inserimento della mafia
negli spazi lasciati vuoti da una politica irresponsabile, è
ineluttabile.
La
creazione del nuovo modello di civismo di cui il PD deve farsi
portatore si impernia su due pilastri, tra loro in rapporto di
profonda interazione: da una parte la revisione di molti aspetti del
sistema scolastico, in particolar modo del livello medio; dall’altra,
una lotta
per
l’instaurazione di quella legalità che solo la politica può
portare avanti. Circoscrivere il contrasto alla criminalità
entro i confini dell’azione penale significa affrontare in maniera
parziale le radici di quei fenomeni che rappresentano un ostacolo per
lo sviluppo del Mezzogiorno e, quindi, dell’Italia tutta.
Per
questo motivo, bisogna
ripartire
dalla convinzione per cui “la
mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari”:
preparato a dovere, tanto nei contenuti quanto nel metodo
d’insegnamento.
Il
ruolo
dello studente
assume
una rilevanza sensibile:
è
necessario restituire piena dignità alla sua condizione,
troppo spesso limitata dal suo status familiare, sociale ed
economico; seguire lo studente durante tutto il suo percorso di
formazione, specialmente nei casi di difficoltà di accesso
all’istruzione; favorire lo sviluppo a trecentosessanta gradi della
personalità; monitorare
con
la massima attenzione il fenomeno della dispersione scolastica e
sincerarsi che, nel caso di abbandono prematuro del mondo della
scuola, il ragazzo non finisca nell’abbraccio mortale della
malavita ma abbia effettive possibilità di sbocchi lavorativi.
È
anche e soprattutto dalla realizzazione di un sistema scolastico
migliore che passa la sfida per l’affermazione di un rinnovato
senso della legalità,
che sia specialmente presente nell’approccio della politica
rispetto alle dinamiche economiche.
In
tal senso, un problema è rappresentato dalla gestione delle
risorse e dal controllo che la politica esercita su queste; un nodo
il cui scioglimento potrebbe essere agevolato da un modello
federale
di
partito
che consti di un centro forte, deputato, ad esempio, alla valutazione
imparziale ed informata dei bisogni territoriali, e di strutture
periferiche dotate di ragionevole autonomia, per il miglior uso
possibile delle risorse secondo la necessità reale del
territorio.
In
tale ottica una selezione
rigorosa della classe dirigente
riduce le possibilità che le mafie si servano o
s’identifichino con la politica. Per contrastare tali fenomeni,
essenzialmente economici, è necessario porre sotto il
controllo dello Stato due delle maggiori fonti di accumulazione di
capitale della malavita organizzata, quali droghe e prostituzione;
per quanto riguarda il riciclaggio delle risorse
acquisite,
bisogna rendere maggiormente trasparenti e soggetti a controllo gli
spazi di possibile riutilizzo dei capitali da parte della mafia;
infine, introdurre criteri più rigidi per la partecipazione a
gare d’appalto. La presenza diffusa della criminalità è
anche condizionata da notevoli oneri amministrativi e fiscali che
molto spesso incontrano l’avvio e il mantenimento di una attività
commerciale; alleggerire un simile peso vuol dire, per lo Stato,
acquisire un credito d’immagine nei confronti dei cittadini e, per
questi, avere meno motivazioni per sottoporsi al ricatto della
criminalità organizzata.
Crisi
economica e crisi del politico: per un nuovo rapporto tra Stato e
mercato
Il
rapporto
tra la politica e il mercato
costituisce, a nostro avviso, la questione principale che una forza
politica deve porsi nell’affrontare qualsiasi problematica di
carattere economico.
Il
mercato rappresenta un'istituzione imprescindibile per accrescere il
benessere collettivo. Tuttavia,
ciò non ne giustifica un'assolutizzazione: alla politica
spetta il compito di selezionare gli spazi in cui la libera
concorrenza lede valori fondamentali della comunità, rispetto
ai quali va certamente bilanciato quello della libera iniziativa. Al
contempo, è compito della politica individuare quei settori in
cui è invece l'assenza di concorrenza ad impedire la piena
realizzazione dell'individuo, intervenendo a rimuovere gli ostacoli.
L’efficienza,
pertanto, non può e non deve assurgere ad obiettivo primario e
indiscutibile dell’azione politica: in tal caso, non potremmo che
riconoscere
una
crisi
del politico,
una
difficoltà,
cioè, della cultura politica e dei
politici a divenire dirigenti,
ad orientare lo sviluppo della società umana verso valori ed
orizzonti differenti da quelli proposti dal liberismo economico.
Noi
riteniamo che l’attuale, preoccupante, situazione economica derivi,
in ultima istanza, dall’aver declinato una simile ideologia
nell’ambito del mondo finanziario occidentale; pensiamo che il
problema basilare sia consistito nell’illudersi
che gli strumenti, i mercati e le istituzioni della finanza potessero
essere arbitri di se stessi.
La conseguenza è stata la sottovalutazione del rischio
sistemico ingenerato dalle attività che quegli agenti hanno
posto in essere.
L’attuale
sistema economico non può funzionare senza ripristinare il
primato della rule
of law:
non si può pretendere che Tizio, sapendo di potersi arricchire
di più, auto-limiti i suoi profitti per scongiurare un
pericolo sistemico che, preso singolarmente, egli nemmeno percepisce.
C’è chiaramente bisogno che qualcuno glielo imponga.
Noi,
invece, negli ultimi vent’anni, abbiamo pensato che Tizio si
sarebbe auto-limitato. Abbiamo accolto una visione idilliaca delle
interazioni tra i soggetti economici.
È
stato, quindi, prevalentemente, un problema di mentalità ed è
su questo punto che bisogna impostare la strategia di politica
economica per superare la crisi.
Ancora
oggi, invece, nel pieno della recessione, il
rischio è che non si vada oltre gli interventi monetari e
fiscali di carattere straordinario,
perdendo l’occasione per pensare e iniziare a costruire la
struttura economica del domani, fondandola su differenti basi
politico-culturali.
In
questa auspicabile prospettiva di lungo periodo, potrebbe rivelarsi
opportuno un ampliamento delle competenze delle banche centrali per
quanto concerne la “tutela
della stabilità sistemica”,
affinché queste cerchino di contrastare nel loro stadio
iniziale preoccupanti esplosioni del credito. Tuttavia, l’accresciuta
importanza di questi organismi non dovrà essere fonte di
giustificazione per quel vistoso passo indietro rappresentato dal
ritorno dei politici sulla scena del controllo dell’inflazione.
Quanto
ai governi, i “pacchetti di salvataggio” proposti hanno quasi
tutti una prospettiva meramente congiunturale. Inoltre essi sollevano
considerevoli perplessità: si teme per la stabilità dei
conti pubblici, per l’azzardo morale che causeranno e per le
contraddizioni
insite nel principio too
big to fail.
Infine,
emerge il problema
del coordinamento delle varie politiche, fiscali e monetarie:
l’8 ottobre 2008, le principali banche centrali hanno deciso,
congiuntamente, di procedere ad una riduzione dei tassi d’interesse,
dimostrando la volontà di affrontare la crisi in maniera
unitaria. Quest’evento, tuttavia, è stato un’eccezione nel
panorama complessivo. Lo dimostrano le preoccupazioni della
Commissione Europea, relative alle distorsioni che hanno potuto
cagionare alla concorrenza le diversità tra le politiche
adottate dai Governi nell’ambito dell’Unione. Ciò dovrebbe
far riflettere sull’opportunità
di avere, in Europa, una politica monetaria accentrata
e non una politica fiscale lasciata alle decisioni di 27 Ministri
diversi.
Al
di là dei difetti e delle incongruenze, è fuori
discussione che, senza l’intervento pubblico, oggi non potremmo
neanche più parlare di economia. Tuttavia, non possiamo non
approfittare di questo momento di difficoltà per pensare
alle riforme strutturali.
I politici sono restii a farsene carico, perché si tratta di
avviare processi dolorosi, volti, da un lato, a correggere gli
squilibri macroeconomici globali e, dall’altro, a frenare un
sistema finanziario in gran parte privo di regole. I principali
obiettivi dovrebbero essere, nel settore finanziario privato, ridurre
il ricorso al leverage
e
all’indebitamento,
rinforzando la consistenza patrimoniale delle istituzioni; vigilare
più rigidamente sugli strumenti adottati
e sulle caratteristiche che li rendono sistemicamente rischiosi,
senza smantellare i mercati finanziari, fondamentali per l’esistenza
delle moderne economie capitalistiche. L’obiettivo
della nuova politica che noi auspichiamo non deve consistere
nell’annientare la finanza, additata come fonte di tutti i mali, ma
nel rafforzarne la struttura,
facendo sì che essa possa assolvere la sua funzione senza
creare irrealistici scenari di spropositata ricchezza.
La
cosa più difficile non sta nel salvare una banca, nel
ripristinare la fiducia dei consumatori, nello sventare il pericolo
della deflazione. Il passo più importante da compiere consiste
nell’invertire
una tendenza che, prima che economica, è di tipo culturale.
Auspichiamo
un progetto
con una prospettiva molto più ampia,
con le seguenti caratteristiche: coordinamento politico a livello
comunitario, obiettivi di carattere strutturale, ripristino della
concorrenza e dei limiti all’intervento dello Stato laddove ciò
risulti benefico per il sistema.
Tutto
questo non è possibile senza una ‘carta
dei valori’,
senza un preciso programma culturale che riconosca la dignità
e
la centralità
del lavoro,
non ridotto a precaria fonte di sostentamento ma inteso quale
dimensione precipua di realizzazione dell’uomo.
Oltre
la retorica del merito: responsabilità e uguali opportunità
Il
merito
è
oggi il solo strumento in grado di rilanciare
il Paese,
spezzando le catene che bloccano le energie vitali della società
italiana, liberando
la creatività e l’imprenditorialità dalla
cappa che le sta soffocando. È
il solo strumento in grado di creare
infinite opportunità generando una competizione virtuosa,
in un’ottica cooperativa e collaborativa che dia a
ciascuno il senso di una missione comune.
Non sono l’individualismo spinto e il successo personale ad ogni
costo a generare crescita e progresso: solo la capacità di
incentivare comportamenti virtuosi e di premiare i picchi di
eccellenza senza dimenticare di recuperare chi resta indietro, può
restituire
allo Stato la sua dimensione di comunità.
Una
politica che dimentica
il merito è
nociva tanto quanto una che ne promuove la retorica
ma non la
sostanza. Il merito
vero, non quello ventilato, deve saper rendere
concreta l’idea di uguaglianza:
la vaghezza della misura
del merito, infatti, conduce
in modo inevitabile al suo rifiuto e finisce con il mortificare chi
innova.
L’Italia
in cui oggi viviamo, l’Italia del mal di merito, l’Italia che
paradossalmente ha paura delle proprie risorse migliori perché
hanno l’audacia di proporre
letture inedite della società,
ha rimosso due
elementi fondanti del merito:
uguaglianza di opportunità e uguale responsabilità
individuale.
Ha dimenticato che, se non si garantiscono a tutti uguali
punti di partenza,
la gara
che
si instaura è pericolosamente falsata;
ha scordato che, assicurate pari condizioni di gioco ai concorrenti,
ciascuno di essi deve poi essere pienamente responsabile dei propri
risultati e del modo in cui li ha conseguiti. Si tratta di due
fattori imprescindibili per definire
la dimensione
morale
del merito.
La
politica, l’università, il mondo del lavoro in Italia troppo
spesso hanno
invertito e invertono –
non certo per pura casualità – l’urgenza di questi
due momenti nel
selezionare
le proprie classi dirigenti,
creando così un’Italia
a due velocità: quella del merito auspicato e quella del
de-merito effettivo.
Di questo le
sinistre e le destre nel
nostro Paese portano sulle spalle una
responsabilità ugualmente pesante.
Il Partito Democratico non deve tacere di fronte a un simile
tradimento, dimostrando nei fatti di non
tollerare più che i giovani di domani continuino ad essere
derubati del proprio futuro.
L’alta
percentuale di figli d’arte del nostro Paese non è solo il
risultato di importanti tradizioni famigliari che si tramandano, ma
anche e soprattutto lo specchio di una società
cristallizzata che ha paura di rischiare,
di uscire
fuori dal recinto protettivo della famiglia e
di scommettere
su se stessa.
Per
rendere
credibile l’ideologia delle pari opportunità è
necessario promuovere un’idea di società
mobile
in cui il
background famigliare non costituisca un laccio mortale al collo
degli individui per
il dispiegamento delle proprie potenzialità. Occorre
rilanciare
un sistema sociale fondato su una
nozione forte di fiducia:
fiducia nella trasparenza delle regole, nell’oggettività dei
sistemi di valutazione all’inizio e alla fine di un percorso, nella
disponibilità delle generazioni più mature a farsi
partecipi e promotrici del rinnovamento; fiducia in una società
che tiene a valorizzare il capitale umano di ciascuno, nelle
possibilità di chi oggi è costretto a stare in ultima
linea a diventare l’avanguardia di domani. Il Partito Democratico
deve costruire
un’Italia in cui un’educazione
di alto livello diventi l’eredità più preziosa che
i genitori possano lasciare ai propri figli.
Investire nella formazione dei giovani e valorizzare i percorsi più
prestigiosi giova all’Italia, alla sua economia, alla sua politica:
il
Partito Democratico deve iniettare
la convinzione che la via del merito paga e
riduce,
anziché aumentare, l’ineguaglianza
sociale.
Il
merito che vogliamo
deve fondarsi sull’uguaglianza
dei punti di partenza,
sull’azzeramento
delle disuguaglianze economico-sociali che
impediscono ancora a troppi di esprimere il proprio potenziale,
sull’internazionalizzazione
delle competenze attraverso
un sistema di borse di studio, su procedure
di concorso trasparenti,
su sistemi
di valutazione oggettivi,
sull’incentivazione
della mobilità sociale a livello nazionale, internazionale e
di genere e
sulla riduzione
progressiva e
costante della
disuguaglianza inter- e intra-generazionale.
Noi
crediamo che la
politica,
in questo contesto, debba dare il
valore dell’esempio:
vogliamo che la
rivoluzione del merito,
di un merito ben concreto, parta in primo luogo dai processi
di selezione delle classi dirigenti nei partiti,
a cominciare dal Partito Democratico. La politica italiana non può
tenere ai propri confini quei giovani che investono al 100% nella
propria formazione e che alla mera cooptazione preferiscono mettersi
in gioco per conquistarsi sul campo opportunità e
responsabilità.
Durante
le campagne elettorali di questi primi due anni, è stato
spesso ripetuto con grande entusiasmo che il Partito Democratico
avrebbe portato un’innovazione nella politica italiana, che si
sarebbe configurato come una svolta, un’alternativa. Questa
alternativa la stiamo ancora aspettando.
Quello che si è verificato a livello locale e nazionale è
stato in molti casi l’esatto contrario. Invece che ad un vero
ricambio sulla scena politica, assistiamo alla comparsa di facce
nuove che parlano con voci misteriosamente già sentite, di
giovani quarantenni che fanno scalpore per la loro semplice presenza
in una lista elettorale di “vecchietti”: non innovazione vera e
concreta, dunque, ma pure spennellate di nuovo, di un nuovismo
fine
a se stesso e di comodo.
“Merito”,
in un partito che si dice ‘Democratico’, significa selezionare
una classe dirigente
non per la sua capacità di tesseramento,
non per il numero di iscritti e clienti, correnti e camarille che
porta con sé, ma
per
il numero di persone che riesce ad aggregare intorno a un progetto
politico,
a un programma di governo:
una classe dirigente selezionata in base alla sua capacità di
elaborare contenuti, per la quale il
partito sia lo strumento della lotta politica e non il fine stesso.
La
politica del merito non si risolve nella ‘caccia alle idee’
soltanto
in coincidenza delle campagne elettorali: un
partito vive davvero se promuove un’elaborazione
costante di contenuti e
una competizione
trasparente per la selezione dei propri leader.
Chiediamo per questo che il
Partito Democratico dimostri di essere realmente un’innovazione
nella politica italiana;
che i
percorsi di formazione più avanzata non
costituiscano un’eccezione nei curricula
dei leader di partito; che la capacità
di pensare in modo criticamente e autonomamente costruttivo ne
sia un tratto distintivo; che le competenze
diventino – sempre – il retroterra
indispensabile di una buona politica e di una promettente classe
dirigente.
L’Italia
oltre l’Italia: per una cultura democratica europeista
Parlare
di politica estera italiana significa tracciare un disegno
completo e coerente degli interessi nazionali all’estero
e individuare gli strumenti necessari alla loro attuazione nel
rispetto e nella promozione dei nostri valori democratici.
È
ormai indubbio che il
futuro dell’Italia dipenda da un intrecciarsi sempre più
fitto di politica interna e politica estera.
Tale interdipendenza ha un’implicazione precisa: il nostro Paese
deve rispondere all’esigenza di coordinare e disciplinare in modo
virtuoso tanto il livello nazionale quanto la dimensione europea e
quella multilaterale: ne andrà, infatti, dell’efficacia
della nostra politica estera. Inoltre, se verranno colte e accolte
fino in fondo l’importanza e l’opportunità rappresentate
da tale esigenza, si potranno evitare
sterili contrapposizioni tra nazionalisti di ritorno e globalisti
convinti della fine dello Stato nazionale.
Nella
storia repubblicana, il punto di riferimento che orientava le scelte
in politica estera era dato dal difficile equilibrio tra una spinta
europeistica all’integrazione comunitaria, l’alleanza
d’oltreoceano con gli Stati Uniti e la ricerca di un proprio spazio
nella zona mediterranea. Ancora oggi, l’azione italiana si sposta
lungo questi assi di riferimento, nonostante ciascuno di questi sia
profondamente cambiato. I fenomeni migratori, lo squilibrio e la
disuguaglianza tra il Nord e il Sud del mondo, il surriscaldamento
globale, l’instabilità medio-orientale e le sfide alla
sicurezza nazionale, la globalizzazione dell’economia, l’ascesa
di nuove potenze e la forte dipendenza energetica del nostro Paese
sono solo alcune
tra le più difficili sfide di questo periodo storico.
E allora, adesso più che in passato, l’Italia deve
riconoscere che il timore di una perdita di peso specifico nell’arena
internazionale deve essere controbilanciato dalla consapevolezza che
ancorare
parte della sovranità nazionale al rispetto di regole comuni,
europee e multilaterali,
è
l’unico modo non solo per acquistare e mantenere influenza, ma
anche per poter dare una risposta più efficace a problemi di
tale natura. Gli strumenti per agire nel modo più vantaggioso
e corretto, giacciono nelle istituzioni
di una migliore governance
del sistema internazionale.
Pertanto, la riforma di tali istituzioni costituisce non soltanto un
punto di partenza per affrontare le sfide del XXI secolo, ma
soprattutto per tutelare l’interesse nazionale all’estero.
L’Italia
deve puntare all’europeizzazione di quei fenomeni che, in un modo
troppo semplicistico, vengono presentati all’opinione pubblica
dalle forze politiche attualmente al governo: non
è reagendo con chiusura e durezza ai problemi della comunità
globale che si può pensare di garantire ai cittadini italiani
una vita più serena e pacifica nel proprio Paese.
È, invece, fornendo una risposta che sia intelligente, ma
anche “emotiva”, alle paure e alle perplessità degli
italiani che il Partito Democratico può ritrovare il proprio
compito di forza riformista: ad esempio, fare capire che le
“im-migrazioni” nascono dalle “migrazioni” globali e che non
solo è
impensabile, ma anche pericoloso, all’alba del XXI secolo
immaginare di costruire comunità chiuse e ostili al loro
interno e al loro esterno.
Bisogna far capire che con la globalizzazione le pareti di tali
comunità hanno e avranno una natura sempre più
“osmotica” e che una questione di natura globale e transnazionale
non può essere ricondotta a un mero problema di ordine
interno.
All’interno
di questa cornice, si collocano le
sfide per il Partito Democratico.
Un partito che, attualmente, già dispone delle basi culturali,
politiche e sociali idonee a riconoscersi in un’azione che sia
veramente riformista. È proprio pensando alla politica estera
del Paese, che il
Partito Democratico deve rendersi il motore di un profondo
rinnovamento dell’Italia nel suo complesso:
in primo luogo, un rafforzamento della stabilità politica
interna e un’attenzione particolare alla crescita economica del
Paese sono le condizioni necessarie per muoversi nello scenario
internazionale e per promuovere con efficacia gli interessi e i
valori italiani. In secondo luogo, la promozione e la continuazione
delle missioni di pace, all’insegna del multilateralismo e del
diritto internazionale e caratterizzate da un impegno non solo
militare ma anche civile, sono i presupposti essenziali per il
mantenimento di uno spazio per l’azione della politica estera
italiana.
Tenendo
ben presente quanto detto, il Partito Democratico non può,
infine, sottrarsi a un compito che eredita dalle più
importanti tradizioni riformiste appartenenti alla storia della
sinistra italiana: diffondere
in modo serio e consapevole una cultura democratica europeista
come strumento per saper leggere e affrontare, in modo lungimirante,
le tendenze e i caratteri del secolo che è, solamente, appena
iniziato.
Primi
firmatari
Carlo
Cantore Studente
Giurisprudenza, Potenza
Giorgio
Malet Studente
Scienze Politiche, Napoli
Leandro
Mancano
Studente Giurisprudenza, Foggia
Antonio
Principato
Studente Giurisprudenza, Messina
Giulio
Maria Raffa
Studente Scienze Politiche, Verona
David
Ragazzoni
Studente Filosofia, Firenze
Davide
Ragone
Studente Giurisprudenza, Prato
Irene
Tofanini
Studentessa Giurisprudenza, Montepulciano (Si)
Carmine
Luca Volino
Studente Giurisprudenza, Lauro (Av)
Sottoscrivono
Sara
Boezio
Studentessa Lettere Classiche, Potenza
Lucia
Boschetti
Studentessa Filosofia, Vicenza
Jacopo
Branchesi
Dottorando Filosofia Politica, Roma
Francesco
Buscemi
Dottorando Storia, Palermo
Daniele
Canarutto Studente
Medicina, Torino
Francesco
Dei
Studente Storia, Firenze
Carolina
De Simone
Studentessa Scienze Politiche, Salerno
Andrea
Giampiccolo
Studente Filosofia, Trento
Emanuele
Giuliano Studente
Economia, Grosseto
Gianluca
Gucciardi Studente
Economia, Palermo
Dario
Gurashi Leley
Studente Filosofia, Bari
Daniele
Lorenzini
Studente Filosofia, Bologna
Angelo
Petrosillo Dottorando
Giurisprudenza, Monopoli (Ba)
Diego
Pirillo
Assegnista di ricerca Filosofia, Trento
Giuseppe
Provenzano Dottorando
Giurisprudenza, Milena (Cl)
Maria
Giulia Rancan Dottoranda
Giurisprudenza, Lonigo (Vi)
Marco
Roberti Studente
Scienze Politiche, Roma
Mattia
Ricci Studente
Economia, Parma
Cesare
Santus
Studente Storia, Milano
Luca
Serafini
Studente Filosofia, Roma
Lorenzo
Steardo
Dottorando Filosofia, La Spezia
Giordano
Toffolon Studente
Economia, Roma
Silvia
Venturelli
Studentessa Lettere Classiche, Genova