.
Annunci online

8 febbraio 2010
Craxi, gli anni '80 e il dibattido che non c'è.Alcune suggestioni

La ricorrenza del decimo anniversario della morte di Bettino Craxi ha suscitato una serie di iniziative pensate per ricordarne la figura politica e (nelle intenzioni) persino per definirne, una volta per tutte, l’eredità politica. Colgo l’occasione fornita dalle parole di un amico, Leandro Mancano, per coinvolgere anche il Giovane Europa (si parva licet...) in un dibattito che sta diventando sempre più invasivo negli spazi della politica nazionale. Ma comincerò con una tesi volutamente provocatoria: la quasi totalità degli interventi apparsi sulla stampa o sul video nell’ultimo mese ha ripetutamente mancato il problema. E nell’argomentare la mia tesi prenderò spunto, altrettanto provocatoriamente, da un articolo di Antonio Polito, apparso sul Riformista del 19 gennaio scorso e consigliatomi come una delle più lucide analisi su Craxi. Dopo una attenta lettura l’ho trovato audace nelle intenzioni, ma inconsistente nei risultati. La tesi della presunta continuità, vera o falsa, formale o sostanziale che sia, tra Craxi e Berlusconi può essere un punto interessante di discussione ma non è così innovativa e, come non se bastasse, era posta, a mio modesto parere, in maniera metodologicamente scorretta ed era argomentata assai male. Polito – mi  è parso d’intendere – non considera i rapporti oggettivamente intercorsi fra Craxi e Berlusconi (documentati, peraltro, anche da uno storico non sospetto, Denis Mack Smith) come una prova sufficiente della continuità; ma pretende che si consideri, quale prova definitiva della discontinuità, il fatto che Berlusconi non si sia mai richiamato esplicitamente a Craxi, riducendo poi il problema (continuità/discontinuità) ad una dimensione assai parziale, a tratti fuorviante: Craxi è stato o non è stato un «berlusconiano ante litteram». Già quest’ultimo fatto, riguardante l’atteggiamento dell’attuale premier, è in sé un argomento opinabile, a fronte di un isomorfismo incontestabile nella retorica del discorso pubblico e di certe dichiarazioni recenti dello stesso premier: un dato che dovrebbe aiutarci a individuare le parole d’ordine comuni e a stabilire gli elementi di una continuità, se non politica, almeno culturale; per non parlare del fatto che le “cartine di tornasole” di un politico e le “fortune economiche” di un imprenditore, alla luce della fisionomia stessa della politica italiana (di oggi e di allora), possono essere due fenomeni assai più legati e correlati di quanto Polito ami confessare. Ma c’è di più: un discorso sulla continuità (o discontinuità) nel quale i due estremi sono un presente dalla fisionomia ancora liquida e precaria ed un passato recente interessato da un vero e proprio buco di approfondimento e coscienza storica, ci riporta entro gli spazi angusti di una “storia senza problema storico” e non ci emancipa minimamente da quelle prospettive, parziali e sgradevoli quanto si vuole, che riducono Craxi all’esito giudiziario della sua vicenda, basandosi, pur tuttavia, almeno su dei fatti: le sentenze a suo carico. I tentativi di definizione della politica craxiana, finora, non sono andati molto oltre la valutazione positiva della sua battaglia contro la “scala mobile” (con conseguente abbattimento di dodici punti di inflazione; argomento sul quale non ci farebbe male una rilettura di Federico Caffè), della sua “originale” politica estera in occasione del caso di Sigonella e del suo “ripensamento” (ma il termine adeguato sarebbe “revisione”) della tradizione socialista italiana. Assai minore l’interesse (e la discussione) sull’aumento vertiginoso del debito pubblico o sulla condotta, non così originale, del suo governo relativamente all’affare Comiso, cominciato sotto la presidenza di uno dei suoi predecessori ma largamente svoltosi sotto la sua. Se veramente è ritenuta ineludibile una discussione sul craxismo, sui suoi effetti di lungo periodo e sull’eredità che la Seconda Repubblica ha raccolto, penso – e mi permetto di suggerire – che dovremmo cominciare a delineare una posizione di problema che vada oltre la discussione puntuale sul merito di singoli provvedimenti; tale posizione di problema dovrebbe riguardare: 1) l’origine ed il significato della “visione” craxiana della politica e del socialismo italiano; 2) il modo in cui le sue intuizioni si sono concretizzate in una pratica di governo; 3) il modo in cui questa pratica di governo ha influenzato il sistema politico non soltanto rendendo pericolosamente instabile l’equilibrio fra poteri istituzionali ma anche accentuando quella separatezza fra Stato e società civile che storicamente dà luogo a esperimenti caratterizzati dall’assenza di mediazioni politiche nel rapporto fra leader e massa-elettorato. Il primo punto colloca le battaglie politiche di Craxi in un contesto più ampio e cerca di ridefinire la realtà politica dalla cui lettura e decifrazione le idee craxiane ebbero origine (le idee, insegnava Labriola più di un secolo fa, non cascano dal cielo). Magari si scopre che la battaglia contro la “scala mobile” aveva senso in quanto contrapposta a quella concezione del “salario variabile indipendente”, propugnata dal sindacato e legata ad una lettura grossolana e superficiale di Sraffa, che riuscì nella non facile impresa di farsi criticare con successo persino da Sergio Ricossa. Magari si scopre che l’importanza data a questa battaglia è sproporzionata, di fronte ad una politica pressoché assente di controllo dei prezzi. Il secondo punto può essere utile a comprendere il paradosso per cui il socialismo liberale di Craxi, che nella teoria recuperava una serie di figure e tradizioni, da Garibaldi a Rosselli, nella pratica finì con l’essere «molto liberista, assai poco liberale e per nulla democratico» (il giudizio è dello storico del socialismo Gaetano Arfé); magari dall’esperienza craxiana si impara che tra teoria e prassi esiste uno scarto, il quale richiede d’essere colmato con un surplus di approfondimento ed elaborazione culturale, e che il modo in cui le idee incidono sulla realtà dipende dalle “gambe” sulle quali quelle idee camminano. Il terzo punto, infine, riguarda la ricerca delle condizioni istituzionali e sociali che hanno reso possibile l’esperienza berlusconiana e costituisce l’unica condizione che rende possibile un discorso storicamente fondato sulla continuità o discontinuità fra Craxi e Berlusconi, che poi è il problema del rapporto fra Prima e Seconda Repubblica. Tengo, tuttavia, a sottolineare che una simile posizione di problema non si accontenta di indagare la vicenda craxiana nella sua individualità, ma la ripensa come un aspetto della ricostruzione dettagliata di un contesto più ampio e complesso, quello – appunto – degli anni ’80 italiani, il decennio incompreso della nostra storia nazionale. Il Partito Democratico, piuttosto che inseguire la destra sul terreno di stanche prese di posizione che il più delle volte non si distaccano di molto dall’ovvietà, dovrebbe appunto farsi carico di una mobilitazione di energie e risorse intellettuali capaci di portare a fondo l’indagine storico-politica su questo decennio e suscitare lavori analoghi a quello recentemente dedicato da Giovanni De Luna al decennio precedente 1969-1979. Un modo assai più impegnativo e laborioso, ma di gran lunga più proficuo (si pensi, per esempio, ad una analisi attenta del corpus degli scritti teorico-politici craxiani) per sanare un deficit di coscienza storica, per comprendere le radici dell’anomalia italiana ed infine per formulare giudizi politici di peso sui problemi che ci stanno a cuore. Si tenga presente – per concludere in maniera provocatoria – che ho cercato di raccogliere gli elementi per una valutazione politica su Craxi senza fare riferimento alle sue vicende giudiziarie.

 

 

Giuliano Guzzone, Circolo GD Giovane Europa


sfoglia gennaio